AZIONI CONTRAZIONI RIVELAZIONI
azioni contrazioni rivelazioni
cura di Gianluca Marziani
L’inizio ha sempre un colore e un sapore speciale, non somiglia a nulla poiché nasce nel vuoto di un prima inesistente, nella visione immaginifica di un’esperienza in via d’attuazione. Iniziare ad esporre è paradossalmente il culmine di un percorso poiché significa deporre le fondamenta del proprio futuro, dare un archetipo e un riferimento con cui raffrontare i successivi passaggi. La consapevolezza di tale peso è il motivo per cui alcuni artisti, riservati e maniacali nel metodo creativo, attendono l’occasione adeguata, il momento giusto che arriva presto oppure tardi, altre volte quando non penseresti, un frangente comunque di rottura che giunge dopo una pazienza ripagata. Credo negli artisti che alimentano l’attesa, manovratori della calma, costruttori di tempi lunghi e sospesi, creativi in apnea senza l’enfasi del puro apparire. L’arte visiva si conferma la geografia privilegiata della rivelazione, il luogo sacro in cui accadono cose speciali, alchimie selettive, lampi dove la forma pone domande al mistero. Sarà forse un caso ma gli artisti “pazienti” credono ancora nell’energia totalizzante del quadro. La rivelazione è il loro mondo univoco, lo spazio della conoscenza, il magazzino di un sapere privato e condivisibile. Difendiamo loro (quando lo indica la qualità del progetto, s’intende), la lentezza dell’arte contemporanea in generale, quel pensare il pensiero, quella giusta distanza dagli spigoli del quotidiano.
Angelica Romeo ha dato il via al suo “esporsi” dopo anni d’intenso lavoro in solitaria, dopo un lungo periodo in cui la concentrazione guidava (e guida) le sue azioni nei confini ancora possibili della pittura postinformale. La Romeo conferma il valore emotivo della ricerca privata, la chiave etica di un dipingere che segue gli eventi del quotidiano, come un diapason sentimentale che si lascia spingere da passioni, dolori, energie, amori, esperienze. Ha così coltivato le sole ragioni del quadro, cosciente di un risultato pittorico che richiede, anche nella fruizione pubblica, solitudine non contaminata, spazi bianchi e la stessa ricercata concentrazione che dalla vita reale si trasmette nelle trame di tela. E’ una pittura che anela al silenzio attorno a sé, al rumore bianco di un viaggio interiore che parte dal galleggiamento dell’opera, dal suo status privilegiato nel regno del bianco murale. Qualcuno dirà che qualsiasi opera, se allestita in modo giusto, guadagna qualità e coglie nel luogo asettico la propria natura. Tutto vero ma per alcune opere il silenzio fisico dei luoghi è non solo importante bensì decisivo, una specie di completamento in cui il quadro esige una porzione predefinita d’ambiente. E’ come la divisa per un militare: senza l’abbigliamento l’uomo appartiene ad un qualcosa ma solo con l’abito completa uno status interiore. Lo spazio espositivo accoglie così le opere di Angelica, le ingloba mentre i quadri inglobano lo spazio stesso. Immaginiamo l’ambiente come un habitus, complemento di completamento che rivela la messa a fuoco oltre la forma.
La mostra alla Romberg si svolge nei modi impliciti di un percorso narrativo dove ogni quadro, particella di un dato ciclo, incide legami tra il prima e il dopo. Ogni serie rivela momenti personali che trasbordano nelle meccaniche del colore, della materia, dei moduli geometrici, delle tecniche prescelte. Dei singoli cicli abbiamo selezionato lavori che variano nei formati e nelle composizioni installative, al fine di creare il sano dialogo con le quattro sale della galleria, immaginando un racconto sensoriale che cresce lungo scale cromatiche e formule geometric\he. L’artista agisce sempre per dominanti di colore, optando per una base forte che capta le variabili in difetto ed eccesso, fino al concepimento di un tessuto pulsante, una geometria liberata che spinge lungo i bordi dell’opera, quasi a richiedere un dialogo con gli altri capitoli (quadri) del percorso interiore. Ogni dominante corrisponde alla sintesi di un preciso momento esistenziale, ne rivela gli auspici e le memorie, le difese e gli attacchi emotivi. Rivedo i diversi cicli e li ricollego ai miei scambi epistolari con l’artista, alle stagioni e al clima in città, agli incontri per discutere su questa mostra, agli incontri per parlare d’altro. Nulla del flusso di vita è comunque casuale o superfluo, ogni tela ha metabolizzato spunti esterni e spinte interne nel moto gravitazionale della coscienza creativa. Azione e contrazione per formulare una rivelazione: tre movimenti senza pause, tre tempi di un ciclo interiore in cui arte e vita parlano lo stesso linguaggio.
Azioni… perché l’arte di Angelica nasce sempre da un evento, dal controllo metodico del gesto progressivo, da vicende affettive che prendono la volumetria di un mantra aerobico, una continua liberazione fisica sullo spazio neutro del quadro. Azione come effetto finale del fare arte, atto liberatorio che nasce da una causa (contrazione) nodosa per provocare altre necessarie contrazioni, finoalla prossima azione e così via in avanti, sempre in avanti finché l’amore per l’opera parla coi sensi della vita.
Contrazioni…. perché ogni azione rivela la sua necessaria contrazione,l’evenienza
necessaria del contraccolpo o del colpo d’apertura, del retroscena instabile ed automatico. L’arte della Romeo si presenta come un respiro indomito e regolare: dentro e fuori, bianconero e colore, piattezza e profondità, denso e leggero, una pittura che è un moto di azioni e contrazioni rivelatorie, una pulsazione irregolare ma compatta, organicamente viva.
Rivelazioni… perché assistiamo al meccanismo respiratorio di un dipingere che comprime l’energia, distendendo la forma finale verso il fruitore e lo spazio neutro. Il passaggio necessario tra azione e contrazione rivela ogni volta una chimera iconica, un archetipo che vive di imprinting e richiami sottotraccia, di forza muscolare e levità improvvisa. Una rivelazione che sana il contrasto tra azione e contrazione.
La Romeo segue un percorso dalla natura postinformale, cosciente di una memoria forte con cui dialogare ma anche di un’autonomia che si rivela nel controllo orientale del gesto, nella nettezza costruttiva delle geometrie privilegiate. L’artista romana sceglie sempre un cuore ideale del singolo ciclo, una cellula che prende la forma di un quadrato, un bozzolo, una matassa, un verticalismo da skyline, una colonna vertebrale, una cassa toracica, un moto ondoso… Su quel cuore ideale costruisce l’impianto architettonico del quadro, la geografia quasi algebrica del suo spazio visionario, supportata da formati che variano a seconda delle geometrie interne e dei colori prescelti. C’è un contrasto sanato tra l’apparenza stilistica dai modi selvaggi, efficace negli anni storici dell’Informale, e una controllata simulazione che è la coscienza di un presente analitico, al confine concettuale tra cerebralismo ed emotività. Su questo diaframma si gioca il viaggio di Angelica Romeo, il suo disvelamento lento ma inesorabile, la sua voglia di capirsi attraverso linee, volumi, colori, materie…
Il debito dichiarato ci porta al Dopoguerra di Mark Tobey, Hans Hartung, Pierre Soulages, Morris Louis… maestri di un informale controllato e “terapeutico”, essenziale e catartico nella compressione del gesto metodico. La nostra artista li conosce e studia con doveroso rispetto storico, li ammira e li anima attraverso un dialogo di risvegliamenti speciali. Rivivono nei suoi quadri in modo sano, diventando la detonazione necessaria, il punto di partenza per andare oltre, dentro il mondo di una donna che “vuole” l’arte mentre “sente” i diversi pesi del vivere. Ad ogni costo. Costi quel che costi. Perché la saggezza pittorica diventa l’obiettivo della conoscenza quotidiana, del capire meglio gli altri per comprendere se stessi, le proprie possibilità, i propri territori privilegiati.
Rivedo le forme che mi rimandano ad altre forme, un richiamo tra evidenza e flusso nella sintesi metaforica delle astrazioni apparenti. I quattro quadri con le masse di colore sono per me molte cose assieme, grumi di microcosmi ma anche stadi emozionali, vibrazioni energetiche, alchimie scomposte… i quadri “componibili” mi ricordano uno skyline metropolitano dalle superfici archeologiche… i bozzoli mi portano invece al mondo animale e vegetale, a certe forme che prendono alberi, piante, foglie ma anche larve e organismi in fase di crescita embrionale… i lavori più aggettanti evocano carcasse, casse toraciche, luoghi di mistero e abbandono… insomma, nulla è solo come sembra, le forme slittano da un richiamo all’altro, le intuizioni si sovrappongono e l’arte dimostra di saper manovrare le energie dell’essere.
Dal bianco al nero passando per picchi cromatici che si espandono nei blu e negli arancioni, si comprimono nei gialli e nei rossi, si sospendono nei grigi: gli stati e gli stadi dell’animo tramutano le forme in geometrie ripetute ma non seriali, puri scatti in agitazione ipnotica sulla superficie. Struttura e colore si fondono nelle matrici che regolano i singoli clcli, manovrando l’attrazione tra le placche estetiche. Le opere in bianconero lo confermano nel loro scivolamento su piani intersecanti, così come le pennellate di colore si annodano in quelle tessiture dalla natura ambigua. L’opera, insomma, vorrebbe allineamenti e fusioni ma risulta sempre un pochino instabile: proprio come la natura umana che cerca la perfezione e trova la regola necessaria dell’errore.
Il viaggio inizia da qui…
29 Settembre 2009
Romberg Arte Contemporanea
Piazza de' Ricci, Roma